Bruce Springsteen a Roma, delirio ed emozioni al Circo Massimo

Bruce Springsteen strega il Circo Massimo. Quattro ore ininterrotte di musica, lacrime, danze, sogni nella grande celebrazione del rock and roll

Sessantamila cuori che pulsano e sognano insieme, una festa – aperta dall’esibizione della Treves Blues Band e proseguita con la performance dei californiani Counting Crows – che inizia al tramonto e si conclude di notte, uno spettacolo di una magia unica, il cui unico e indiscusso sacerdote è questo indomito rocker del New Jersey, che ha imparato la lezione del rock nei lontani anni ’70, ma la esegue ancora come se avesse vent’anni, non sessantasei.

Si comincia alle 20:20, il sole sta per lasciare Roma in buone mani e il Boss sorprende da subito, con l’esecuzione di una lunga canzone-evento, già proposta a Capannelle tre anni fa, ma raramente presente nelle scalette dei suoi live: “New York City Serenade” è subito poesia, con l’orchestra Roma Sinfonietta.

C’è il mondo intero, al Circo Massimo, c’è voglia di lasciarsi andare alla gioia, dopo l’orrore degli ultimi giorni e lui lo sa, sa cosa deve regalare ai suoi fan per farli annegare dolcemente nella musica. La scaletta viene stravolta, ad uso e consumo degli umori dei fan (molte le richieste soddisfatte durante la serata, con il solito sistema dei cartelli nelle prime file). Ci sono i classici del rock “Summertime Blues“, ma anche le sue perle più preziose, sapientemente dosate, per portare l’emozione al climax.

Bruce Springsteen parla al cuore e allo stomaco di chi lo ascolta, lungo la serata questo sarà ampiamente visibile dai visi sorridenti, dagli occhi gioiosi delle centinaia di migliaia di persone venute da tutto il mondo (molti americani e inglesi, ma anche spagnoli, francesi, a cui Springsteen dedica anche la struggente “Land of hope and dreams“).

Un continuo scambio, tanta sincerità, anche nei momenti intimisti (“Drive all night“, il cui finale viene letteralmente sussurrato dalla voce del Boss) quando l’aria fresca spazza via le inquietudini e il pubblico tace, rapito.
Arriva la poesia di “The River“, che dopo 35 anni (che il tour stesso celebra) non perde il suo smalto, con quel testo che è il ritratto realistico del sogno americano al contrario (“è un sogno o una bugia, dato che non si realizza, o è qualcosa di peggio?”).

Ci sono le meravigliose cavalcate del suo album più fortunato, “Born in the USA“, “Working on a highway“, “Bobby Jean” e l’apoteosi di “Dancing in the dark“, quando Bruce chiama a raccolta i fan sul palco, in base ai cartelli più simpatici e ciascuno con un musicista della E-Street Band, che sta lì da decenni, mutilata di due grandi presenze (Clarence Clemmons e Danny Federici), ma sempre pugnace e appassionata.
Ci sono molti pezzi da “The River“, eseguiti con estrema limpidezza (“The ties that bind“, “Out on the streets“, “You can look (but you better not touch)“, o la trascinante “Hungry Heart“, cantata a squarciagola dai fan).
Ci sono emozioni inattese, quando raccogliendo una richiesta dalle prime file, il Boss intona la splendida “Tougher than the rest“.
Jungleland” è un capolavoro di intensa bellezza, che scuote il cuore. Poi la celeberrima “Born to Run” rende tutti orgogliosi di ascoltarla da anni.
Ci sono momenti di autentica ed anarchica gioia, con la danza si esorcizza tutto, quindi tutti scatenati con l’interminabile gospel finale di “Shout“.

L’artista ringrazia il pubblico italiano, la stupenda location di Roma, dice che qui la gente lo segue con passione da tanti anni. Ma prima che questa notte entri nella storia, un attimo prima, è ancora incantesimo, c’è ancora “Thunder Road“, da cantare solo voce e chitarra.

Perché i sogni sono possibili. Perché nessuno è come Bruce Springsteen… Tutto è possibile.

Sull'autore

Cesare Orlando

Giornalista pubblicista dal 2002, insegna letteratura, lingua inglese, storia e diritto a Roma. Collabora con Roma Suona Bene, Zeta Emme - Zona Musica ed altri siti di musica e di cultura

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