Chuck Berry: morto a chi?

Chuck Berry, l’uomo che inventò il rock ‘n roll, il suo pubblico e la sua era, è scomparso lo scorso 18 marzo, all’età di 90 anni, nei sobborghi di St. Louis. A giugno è uscito il suo nuovo disco, il primo album di inediti dopo l’epico “Rock It“, targato 1979; retorica a parte, il rock non riesce mai a morire sul serio. La scaletta, che senza sforzo amalgama impennate chitarristiche scandite a passo d’anatra, virili recitativi, ballad soffuse, stornelli da taverna e nostalgie caraibiche, tutt’al più sta a dimostrare che è invecchiato bene

A quanto pare il materiale è stato assemblato in un periodo di tempo non breve, e alcune scritture risalgono al tardo Novecento. Dei dieci pezzi, due appaiono su licenze esterne: “3/4 Time (Enchiladas)” di Tony Joe White, qui aggirato in chiave post punk, e il jazz standard “You Go To My Head“, amato da Billie Holiday e Frank Sinatra; bluesy, seducente, ingannevolmente naif, Chuck lo fa definitivamente suo.

Le meditazioni sul tempo che sfugge di “Eyes of Man” e le lezioni d’amore paterno rivolte alla figlia Ingrid, a lungo degna partner in scena e qui coprotagonista in “Darlin’” (perla del disco, con un riverbero che nemmeno agli studi Chess si sognavano), sono lacrimucce inevitabili, ma l’album coglie il tempo in senso oggettivo, non personale. Così non può mancare “Lady B. Goode“, un sequel alla maniera di Alexandre Dumas allo standard del rock più eseguito di tutti i tempi, né “Big Boys“, una tardiva rivalsa del più piccolo nella compagnia dei “grandi”, né “Jamaica Moon“, aggiornamento della sua antica “Havana Moon“, che a sua volta ispirò le fumose nostalgie caraibiche della saga di “Louie Louie“, la “Madama Butterfly” delle Indie Occidentali. Né, ultima ma non meno fondamentale, la sognante “Dutchman“, una robusta romanticheria quasi melvilliana.

Le registrazioni coinvolgono altri familiari (due generazioni di chitarristi dopo di lui, Chuck jr. e Charles Berry III) e, per allargare l’appeal, volti più giovani come Gary Clark jr., il rocker di Denver Nathaniel Rateliff e Tom Morello dei Rage Against the Machine.

Chuck” non solo è un album “vero” e musicalmente appetitoso, che aggiunge valore alla già preziosissima discografia di Berry. Uscito accidentalmente dopo il 18 marzo, ma declinato tutto al tempo presente, note di copertina incluse, tecnicamente non è un postumo. Dimostra invece che è avvenuto quello che, nel caso di Elvis Presley, era stato soltanto una congettura, un’ipotesi, un atto di fede: Chuck Berry li ha fregati tutti, è davvero immortale.

L’album “Chuck” di Chuck Berry è disponibile su CD, Vinile e in digital download su Amazon (qui) e iTunes (qui).

Sull'autore

Edoardo Fassio aka Catfish

Edoardo Fassio è considerato una delle massime autorità nel vasto territorio del blues e del canto popolare neroamericano. Scrive di blues, folk e jazz per il quotidiano La Stampa e per TorinoSette; suoi articoli, recensioni e interviste appaiono sulle riviste italiane Musica Jazz, Il Blues e su un numero imprecisato di pubblicazioni europee.
Consulente e programmatore per Rai, Radio Flash e Radio Torino Popolare con il classico pseudonimo di Catfish, è animatore di trasmissioni in via continuativa dal 1984, la più duratura programmazione radio di blues in Europa. Ha condotto programmi anche nella terra del blues, in particolare per le emittenti KDHX (a St. Louis) e WROX (a Clarksdale, nel cuore del Mississippi Delta, dove sono nati John Lee Hooker, Sam Cooke e Ike Turner).
Presso gli Editori Laterza ha pubblicato “Blues”, con prefazione di Massimo Carlotto, acclamato come “indispensabile” (World Music Magazine), “scintillante” (Buscadero), “la medicina giusta” (Rumore), “autorevole e insolito” (Amadeus), “impeccabile, prezioso e scorrevole” (JazzIt), “una magistrale sintesi” di “grazia narrativa e di arguzia descrittiva” (Musica Jazz). Ha curato per Feltrinelli la versione italiana di “Come il jazz può cambiarti la vita” di Wynton Marsalis. Di Fassio Isaac Hayes ha detto: “…and remember, the Catfish is always cooking!”

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