Don Bryant: com’è profondo il soul

Ospite del Porretta Soul Festival nel 2001, Don Bryant torna sul mercato discografico con un nuovo album intitolato “Don’t Give Up On Love”, registrato a Memphis presso gli studi del bassista e produttore Scott Bomar

Don Bryant è tra gli ultimi grandi soul men degli anni d’oro tuttora in attività. Degno marito di Ann Peebles (da 43 anni!) e autore di successi come “99 Pounds” e “I Can’t Stand The Rain“, emerse a Memphis al principio degli anni Settanta, alla corte del leggendario produttore Willie Mitchell e della Hi Records. Anche se da tempo si dedica prevalentemente al gospel, Bryant non ha mai tradito né dimenticato il lato secolare del canto, un versante che lo ha visto moderno e sagace entertainer, capace di personalizzare il genere applicandovi un lesto reticolo funky, armonico e ritmico. Il Porretta Soul Festival lo ospitò con orgoglio nel 2001, l’unico anno in cui la rassegna si tenne in trasferta, a Bologna: chi scrive ha avuto la fortuna di testimoniarne le doti di interprete live ancora a gennaio di quest’anno, quando Bryant mise su un set informale ma tiratissimo allo Studio A dello Stax Museum di Memphis.

È in uscita finalmente per la Fat Possum un suo nuovo album, il primo in 25 anni. “Don’t Give Up On Love” è stato registrato presso gli Electraphonic Studios del bassista e produttore Scott Bomar, in compagnia dei Bo-Keys e di una schiera multigenerazionale di assi del deep soul, compresi stimati titolari della sezione ritmica della Hi Records, Charles Hodges all’organo, Archie “Hubbie” Turner alle tastiere e Howard Grimes alla batteria.

In scaletta appaiono classici come “A Nickel And A Nail” e “First You Cry” a fianco del blues incalzante di “I Got To Know” (un brano che lui stesso, giovanissimo, propose ai “5” Royales) e della trance emotiva, carnale e spirituale insieme, di “How Do I Get There?”, il brano più riuscito di una selezione già trionfale.

Aspra, virile, elegante e dolcissima, questa è musica che si è amata nel passato, ma non è incatenata al passato. Il soul, come è accaduto al blues, a certe ere del jazz e ad altre forma di musica popolare, ha acquisito valori che sfuggono ai destini dell’effimero; ormai può tranquillamente entrare e uscire dal favore della critica e del pubblico o ritornare di moda a intervalli più o meno regolari. È diventato un classico, e il tempo è tutto dalla sua parte.

L’album “Don’t Give Up On Love” di Don Bryant è disponibile su CD, Vinile e in digital download su Amazon (qui) e iTunes (qui).

Sull'autore

Edoardo Fassio aka Catfish

Edoardo Fassio è considerato una delle massime autorità nel vasto territorio del blues e del canto popolare neroamericano. Scrive di blues, folk e jazz per il quotidiano La Stampa e per TorinoSette; suoi articoli, recensioni e interviste appaiono sulle riviste italiane Musica Jazz, Il Blues e su un numero imprecisato di pubblicazioni europee.
Consulente e programmatore per Rai, Radio Flash e Radio Torino Popolare con il classico pseudonimo di Catfish, è animatore di trasmissioni in via continuativa dal 1984, la più duratura programmazione radio di blues in Europa. Ha condotto programmi anche nella terra del blues, in particolare per le emittenti KDHX (a St. Louis) e WROX (a Clarksdale, nel cuore del Mississippi Delta, dove sono nati John Lee Hooker, Sam Cooke e Ike Turner).
Presso gli Editori Laterza ha pubblicato “Blues”, con prefazione di Massimo Carlotto, acclamato come “indispensabile” (World Music Magazine), “scintillante” (Buscadero), “la medicina giusta” (Rumore), “autorevole e insolito” (Amadeus), “impeccabile, prezioso e scorrevole” (JazzIt), “una magistrale sintesi” di “grazia narrativa e di arguzia descrittiva” (Musica Jazz). Ha curato per Feltrinelli la versione italiana di “Come il jazz può cambiarti la vita” di Wynton Marsalis. Di Fassio Isaac Hayes ha detto: “…and remember, the Catfish is always cooking!”

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