Pur non partendo per favorita la rock band romana trionfa con “Zitti e Buoni” grazie al voto popolare. Dietro di loro si piazzano il duo Fedez-Francesca Michielin. Terzo posto per il favorito nei pronostici Ermal Meta

Nel Festival di Sanremo più strano e anomalo che si ricordi, senza pubblico in sala e con molte limitazioni dovute al rispetto del rigido protocollo per contrastare la diffusione da Covid-19, la vittoria dei Måneskin con la loro “Zitti e Buoni” appare come un grido liberatorio. I ritmi forsennati, il testo diretto, sfacciato, sembra volere essere la risposta ai tanti limiti, alle imposizioni e ai divieti che subiamo, per via della pandemia.

La messa in onda di questo Festival, peraltro affatto scontata, ha rappresentato un ritorno alla vita apparentemente normale.
Zitti e Buoni” è un pezzo rock scolastico, che si basa su pochi accordi messi in sequenza, costruiti attorno alla ruvida voce del cantante Damiano. Un linguaggio crudo e spavaldo, tipico dei giovani, che è bastato ai Måneskin a convincere i loro tanti fans a votarli e a vincere il Festival. Del resto questo Sanremo, a detta dello stesso direttore artistico Amadeus, guardava molto ai giovani, quelli che nella votazione finale poi hanno fatto la differenza, con una pioggia di voti a favore della band romana, già star sui social, tra le più menzionate in questi giorni. Social, lo sono e molto anche Fedez e Francesca Michielin, che infatti raggiungono la seconda posizione balzati dalla 17esima dove erano fermi fino a venerdì, con il loro brano “Chiamami per nome“, scavalcando anche il favoritissimo Ermal Meta, dato alla vigilia come il favorito, presentatosi con il brano “Un milione di cose da dirti“, una ballata romantica, nel più classico stile delle canzoni d’amore italiane, quelle canzoni leggere che di solito vincono e convincono al Festival, ma che stavolta si sono dovute arrendere al nuovo che avanza.

Che questo Festival, insolito, avrebbe senz’altro posto uno spartiacque nella storia della musica, lo si è capito sin da subito. E la classifica finale lo ha reso ancor più evidente. Lo rendono evidenti le posizioni di Francesco Renga e Max Gazzè, due artisti non propriamente datati, ma ormai considerati già “passati”, “vecchie glorie” della musica italiana, e come tali passano quasi inosservate, nonostante i tentativi di Gazzè di incidere e lasciare un segno, con travestimenti vari, risultando meno evanescente dell’ex frontman dei Timoria, ma senza dubbio, fuori contesto in questo Festival. Questo rende senza dubbio la nona posizione di una coraggiosa Orietta Berti, ancora più nobile e di certo un’impresa non da poco. Se molti non vogliono riconoscere nella musica dei  Måneskin la nuova frontiera della musica italiana, questo Festival ha comunque contribuito a far conoscere molti altri autori interessantissimi, anch’essi destinati a far parlare molto in futuro. È il caso del duo Colapesce e Dimartino, arrivati a ridosso del podio e vincitori del premio sala stampa “Lucio Dalla”. Ottimo risultato anche per Willy Peyote con il suo grido disperato degli operatori del settore della musica e dello spettacolo, portato in musica con “Mai dire Mai (la Locura)” che gli vale il Premio della Critica “Mia Martini”.

Se tra i nuovi esponenti della musica non hanno convinto Aiello, Coma Cose, Gaia, Ghemon e Random, lo stesso non si può dire di Fulminacci che assieme a Colapesce e Dimartino ha voluto rappresentare in questo Festival il nuovo cantautorato italiano. Non era scontata inoltre, una rispettabilissima 12esima posizione per gli Extraliscio e Davide Toffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti con la loro “Bianca Luce Nera“. Un ardito esperimento che ha proposto la fusione della musica folk da balera romagnola con le inedite atmosfere del progressive rock. Pubblico, sala stampa e giuria demoscopica hanno dimostrato apprezzare. Due note su Bugo e Lo Stato Sociale. Dispiace dirlo, ma il brano presentato da Bugo non era assolutamente degno anche del suo valore artistico, poteva fare di più. Purtroppo non essendo riuscito ad incidere con la sua “Invece si“, di lui resterà di questo Festival la polemica sui social contro chi continuava a chiedergli della litigata con Morgan dell’anno prima. Bugo resta comunque un grande artista, che purtroppo per la seconda volta consecutiva non riesce a mostrare sul palco dell’Ariston le sue vere potenzialità e il suo vero valore, e prendersi la scena che meriterebbe, dopo una lunga gavetta. Per quanto riguarda Lo Stato Sociale, sembra essere passato un secolo da “Una Vita in Vacanza“, invece sono trascorsi solo tre anni, ma tanti sono bastati per ridurre questa band ad una specie di tribute band di se stessa, un palese ricordo, e non si può addebitare tutto alla mancanza di Lodo Guenzi. In questo Festival hanno dato l’idea di essere una Ferrari col freno a mano tirato, potevano lasciare il segno, non lo hanno fatto. Un discorso a parte lo merita Irama, giunto quinto nella classifica finale: forse quella posizione la meritava qualcun altro, perché la sua canzone non era proprio bella, per di più totalmente deformata da un uso spregiudicato di autotune e di distorsore vocale, usati in maniera davvero pesante. Tuttavia, Irama è stato molto sfortunato in questa edizione, ha rischiato di essere squalificato per non poter essere sul palco causa isolamento da contatto con un membro del suo staff positivo al Covid-19. Ha finito poi per essere il primo cantante nella storia di Sanremo a partecipare in modalità “smart working”, costretto ad assistere il Festival chiuso in albergo, mentre della sua esibizione venivano mandate le prove registrate, che avrebbero fatto comunque testo nella gara. Andava comunque in parte risarcito per questa sua partecipazione-non partecipazione. Poi un secondo punto a suo favore, lo ha giocato la serata cover, e va ringraziato almeno per aver portato un brano splendido come “Cyrano” di Francesco Guccini, con l’intro della voce del grande Maestro, sul palco di Sanremo. Su La Rappresentante di Lista, c’è poco da dire: bella voce lei, canzone orecchiabile in piena salsa sanremese un po’ Anni ’80, vestiti appariscenti e poco altro.

Dispiace infine per tre validissime artiste, tre voci straordinarie del nostro panorama musicale come Noemi, Annalisa e soprattutto Malika Ayane (vedere una con le sue potenzialità solo quindicesima fa davvero  male al cuore) che avrebbero meritato molto di più.

Di seguito la classifica finale della 71esima edizione del Festival di Sanremo 2021 e la playlist con tutti i brani su Apple Music.

1. Måneskin
2. Francesca Michielin e Fedez
3. Ermal Meta (premio dell’orchestra Giancarlo Bigazzi)
4. Colapesce Dimartino (premio della sala stampa radio, tv e web Lucio Dalla)
5. Irama
6. Willie Peyote (premio della critica Mia Martini)
7. Annalisa
8. Madame (premio per il miglior testo Sergio Bardotti)
9. Orietta Berti
10. Arisa
11. La Rappresentante di Lista
12. Extraliscio con Davide Toffolo
13. Lo Stato Sociale
14. Noemi
15. Malika Ayane
16. Fulminacci
17. Max Gazzè
18. Fasma
19. Gaia
20. Coma_Cose
21. Ghemon
22. Francesco Renga
23. Gio Evan
24. Bugo
25. Aiello
26. Random

Sull'autore

Daniele Crescenzi

Ideatore e creatore del progetto Roma Suona Bene. Giornalista pubblicista iscritto dal 2005. Appassionato di Musica e Fotografia. Scrive su Roma Suona Bene, Zeta Emme - Zona Musica e Agenzia Eventi

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.