Un viaggio teatral-musicale tra canzoni e letture, jazz e opera lirica, omaggi alle grandi donne dell’arte dimenticate dalla storia. Simona Molinari porta all’Auditorium Parco della Musica di Roma uno spettacolo che è prima di tutto una dichiarazione: le donne si muovono, cambiano, evolvono. E non hanno intenzione di restare ferme in nessuna posa
C’è una differenza sottile ma decisiva tra parlare delle donne e parlare con le donne. Simona Molinari la conosce bene, e ha costruito attorno a questa distanza uno spettacolo capace di trasformare il palco dell’Auditorium Parco della Musica in qualcosa di più di un semplice concerto.
Giovedì 26 marzo, nella suggestiva cornice della Sala Petrassi, la cantautrice – una delle voci jazz più raffinate e riconoscibili del panorama italiano – ha portato in scena La donna è mobile, un progetto teatral-musicale che prende spunto dall’omonima e memorabile aria del Rigoletto di Giuseppe Verdi, ribaltandone il senso: qui la mobilità non è un difetto, ma una virtù. Un simbolo di libertà, coraggio e trasformazione. Lo spettacolo è scritto insieme alla giornalista e autrice Simona Orlando – la stessa penna che ha firmato A bocca chiusa, portata a Sanremo da Daniele Silvestri e poi diventata quasi un inno grazie alla sua inclusione nella colonna sonora di C’è ancora domani di Paola Cortellesi, film che ha attraversato il mondo lasciando un segno profondo – e prodotto dalla stessa Molinari insieme a Kinomusic.
Sul palco, Simona Molinari non era sola. Con lei un quartetto interamente al femminile: Sade Mangiaracina al pianoforte e backing vocals, Chiara Lucchini al sax, flauto e backing vocals, Francesca Remigi alla batteria, Elisabetta Pasquale al basso e backing vocals. Quattro musiciste di razza, ciascuna capace di dialogare con la voce solista in modo intimo e potente, senza mai sovrastarla.
La serata è nata da un’esigenza precisa, come lei stessa racconta con quella chiarezza diretta che la contraddistingue:
“La verità è che è nato da una frustrazione molto concreta: mi sono trovata, nel corso della mia carriera, a fare i conti con un repertorio che parlava delle donne ma raramente con le donne. L’opera lirica è piena di figure femminili straordinarie – Violetta, Mimì, Norma – ma viste attraverso uno sguardo quasi sempre maschile. Donne che muoiono, che soffrono, che aspettano. Io volevo ribaltare quella prospettiva, non con una polemica ideologica, ma attraverso la musica stessa. Il jazz mi ha dato gli strumenti per farlo, perché il jazz è libertà di interpretazione – puoi prendere un’aria che conosci tutti e farla diventare una cosa completamente diversa, personale, tua. “La donna è mobile” per me non è solo un titolo provocatorio: è una dichiarazione di movimento. Le donne si muovono, cambiano, evolvono. Non sono le statue che certa tradizione ha voluto fissare in una sola posa“.
Nel corso della serata, tra una canzone e una lettura, sono state citate e omaggiate Natalia Ginzburg e Mary Shelley, evocate nei loro scritti come testimoni di un talento a lungo ignorato – insieme a molte altre: da Dorothy Parker a George Eliot, da Lotte Lenya a Nina Simone. Molinari ha ringraziato quelle donne che con la loro forza e le loro battaglie hanno reso possibile, oggi, salire su un palco e dimostrare competenza e visione. Non per retorica – ma come atto dovuto.
Lo spettacolo ha incluso anche un piccolo gioco che si è rivelato illuminante: Molinari ha quasi sfidato il pubblico a riconoscere gli autori – spesso autrici dimenticate – di brani famosissimi. Un esempio su tutti: Paola Pallottino, la vera autrice di Gesù Bambino, diventata celebre sotto il nome di “4 marzo 1943” quando Lucio Dalla la portò al mondo con la sua inconfondibile personalità artistica.
Libere donne, non quote rosa
Ascoltando Simona Molinari descrivere le protagoniste dello spettacolo, mi è tornato in mente un termine coniato dallo scrittore Mario Tobino – lo stesso che ha ispirato il titolo della fiction con Lino Guanciale – Le libere donne: figure che nella letteratura, e purtroppo ancora oggi nella società, impauriscono chi non riesce ad accettare pienamente le potenzialità femminili.
Partendo proprio da questa suggestione, ho chiesto a quella che ritengo una delle migliori voci femminili italiane – in ambito sia pop che jazz – cosa pensasse del dibattito sulle presenze femminili a Sanremo e sulle cosiddette “quote rosa”:
“Mi piace moltissimo la definizione di “libere donne” che propone – è molto più onesta del termine “quote rosa”, che già nella sua formulazione suona come una concessione, quasi un favore. Come se la presenza femminile dovesse essere giustificata, misurata, contingentata. La mia idea è che il problema non stia nel numero di donne sul palco dell’Ariston, ma nel tipo di racconto che viene fatto di loro. Puoi avere venti artiste in gara e raccontarle tutte attraverso lo stesso filtro – quello della seduzione, del dramma sentimentale, dell’immagine. Oppure puoi avere poche presenze, ma autentiche, che portano qualcosa di vero. Io credo nella qualità della rappresentazione più che nella quantità. Detto questo – e qui non mi nascondo – il problema strutturale esiste, ed è reale: le donne nell’industria musicale italiana fanno ancora molta più fatica ad affermarsi come autrici, come produttrici, come direttrici artistiche. Non come interpreti, lì siamo brave e lo sanno. Il problema è farsi considerare per le proprie idee e per la propria visione artistica“.
C’era ancora una cosa che volevo sapere: come vive Simona Molinari il rapporto tra il jazz – il suo linguaggio naturale – e il festival che rimane il grande termometro della musica italiana?
“Questa mi fa sorridere, ma di quel sorriso un po’ amaro che conosco bene. Il jazz in Italia ha una tradizione nobilissima — musicisti, arrangiatori, voci di altissimo livello — eppure Sanremo lo ha sempre trattato come un ospite scomodo. E sa qual è la cosa che mi ha colpito di più nel corso degli anni? Non è che il pubblico non sia “preparato” — il pubblico italiano è molto più sofisticato di quanto l’industria voglia credere. È che il jazz non è controllabile. È imprevedibile per sua natura, non si presta facilmente al prodotto confezionato, alla hit da streaming, al tormentone estivo. E questo spaventa chi deve vendere. “Sono solo canzonette” — questa frase mi ha sempre fatto un po’ arrabbiare, perché viene usata in due modi opposti e ugualmente sbagliati: a volte per sminuire la musica popolare, a volte per giustificare la mediocrità. La verità è che una grande canzone — jazz, pop, napoletana, lirica — richiede la stessa onestà, la stessa cura. Sanremo potrebbe essere il luogo in cui queste tradizioni si incontrano davvero. Non lo è ancora, ma potrebbe esserlo. Io ci credo ancora, altrimenti non ci tornerei“.
La serata si è chiusa con una dedica: a tutte le donne bloccate in stereotipi che la società fatica ancora a riconoscere, con l’augurio che il futuro sia fatto di meno lotte e più riconoscimenti. Una frase semplice, detta sottovoce, che valeva da sola il prezzo del biglietto.
Galleria fotografica a cura di Giampaolo Vasselli























