Esce in questi giorni il capitolo conclusivo di “B.B. King’s Blues Summit 100”, l’ambizioso album concepito da Joe Bonamassa per celebrare “la vita, il lascito e l’influenza” di B.B. King. Avviato lo scorso anno per il centesimo anniversario della nascita del Re del blues (16 febbraio 1925 – 14 maggio 2015), il lavoro ha coinvolto non meno di cinquanta figure di alto bordo di area blues, rock, jazz, pop e soul, da Bobby Rush a Michael McDonald, da Slash a Susan Tedeschi e Derek Trucks, da Marcus King a Shemekia Copeland
Il Vertice è proceduto a puntate, con il rilascio di un EP al mese fino alla pubblicazione, a febbraio 2026, dell’opera completa, ovvero la reinterpretazione di 32 brani legati al repertorio di Riley B. King, articolati su due CD o tre LP in vinile disponibili su Amazon (qui), su Amazon Music Unlimited (sottoscrivendo un abbonamento qui) e Apple Music (qui).
La riuscita senza riserve si deve all’impegno di ogni partecipante, tra i quali ricorderemo almeno Buddy Guy (“Sweet Little Angel”), Gary Clark Jr. (“Chains and Things”), George Benson (“There Must Be a Better World Somewhere”), Larkin Poe (“Don’t You Want a Man Like Me”), Joanne Shaw Taylor (“Bad Case of Love”), Dion (“Never Make a Move Too Soon”), Ivan Neville (“Ghetto Woman”), Jade MacRae & Robben Ford (“Ain’t Nobody Home”), Dannielle De Andrea (“When My Heart Beats Like a Hammer”), Trombone Shorty & Eric Gales (“Heartbreaker”), Kim Wilson (“It’s My Own Fault”) e John Németh (“Please Accept My Love”). E naturalmente lo splendido pastone finale, “Better Not Look Down”, dalla durata extra-size (quasi nove minuti) che non pesa affatto: condotto da Kirk Fletcher, raggruppa brevi, emozionanti testimonianze parlate da parte dei componenti della ciurma.
Prodotto amorevolmente (insieme a Josh Smith) da Bonamassa, che vanta un rapporto speciale con B.B. fin da quando fu chiamato in tour insieme a lui quando era “solo” un moccioso prodigio di dodici anni, il Summit si candida in automatico alla prossima stagione dei Grammy. L’eleggibilità è resa ancor più probabile dall’inclusione, taciuta fino all’ultimo, di “The Thrill Is Gone” nell’interpretazione di Chaka Khan con Eric Clapton. Modesta, a dire il vero, e aggiunta forse per scopi di visibilità più che per meriti artistici.
I Grammy 2026 hanno intanto premiato (nella categoria “Best Regional Roots Music”) un disco dedicato a un’altra figura cruciale. Clifton Chenier (25 giugno 1925 – 12 dicembre 1987), coetaneo di Riley e cugino del bluesman Lightnin’ Hopkins, aveva regnato su un territorio più ristretto. La sua, prima di diventare Zydeco, si chiamava “French music” o “La-La music”; a metà del Novecento imperversava nelle aree del Texas e della Louisiana che si affacciano sulla Gulf Coast. Ballo liscio delle maremme, in un francese involuto sintetizzava canzoni cajun, umori delle comunità creole e blues-con-ritmo dei ghetti urbani.
Per “A Tribute to the King of Zydeco” (ascolta l’album su Apple Music), la piccola etichetta Valcour di Eunice, Louisiana, ha mobilitato una parata di star altrettanto impressionante: Taj Mahal, Lucinda Williams, Steve Earle, Jon Cleary, David Hidalgo, Sonny Landreth e John Hiatt. Per tacere di CJ Chenier, figlio di Clifton e a sua volta verace virtuoso di accordion, e di magnifici talenti locali, sempre a un passo dalla fama mondiale: Keith Frank, Tommy McClain, Geno Delafose, Roddie Romero.
L’arma segreta è stata riuscire a coinvolgere i Rolling Stones, che hanno affrontato “Zydeco Sont Pas Salés” segnando così il loro esordio su un “tribute album” e la prima volta che condividono la titolarità con un altro artista (Steve Riley, che li accompagna alla fisa). La canzone che battezzò il genere, storpiatura del verso “Les haricots sont pas salés” (I fagioli non sono salati), è stata stampata anche su 45 giri; sull’altro lato c’è l’originale di Chenier del 1965.
Per l’occasione è stato rispolverato l’aneddoto di un Jagger già sulla cresta dell’onda che, in un negozio newyorkese, si imbatté in un LP di Chenier, il seminale “Bon Ton Roulet”; targato 1967, era uscito da poco. “Una rivelazione”, ammetterà. “Non avevo mai sentito la fisarmonica nel blues”.
Il Grammy ha riconosciuto “l’eredità che Clifton Chenier ha lasciato, non solo nel sud della Louisiana, ma in tutto il mondo”, fanno sapere Steve Berlin, Joel Savoy e John Leopold, coordinatori del progetto. È la celebrazione di un personaggio a cui il padre aveva detto: “Se vuoi suonare l’accordion, ti conviene essere il migliore”. E che non ha più cessato di regnare.



