È calato il sipario sulle 76esima edizione del Festival di Sanremo, l’ultima per Carlo Conti come presentatore e direttore artistico e in cui ha passato simbolicamente lo scettro a Stefano De Martino, e il trionfo di Sal Da Vinci mette il sigillo su una tendenza che avevamo già intravisto nelle prime serate: la musica italiana sta premiando la compattezza strutturale
Se la gara ha diviso critici e social, il dato tecnico resta inoppugnabile: abbiamo assistito a un Festival costruito su architetture lineari, centri tonali granitici e ritornelli pensati per la reiterazione digitale. Tra l’efficacia dei loop digitali e il fascino intramontabile delle modulazioni classiche, Sanremo 2026 ci restituisce una fotografia nitida della musica italiana: una sfida aperta tra la sintesi comunicativa moderna e la nobiltà d’autore che ha fatto la storia dell’Ariston.
Siamo di fronte a una scrittura “orizzontale”, estremamente efficace per l’ascolto in streaming ma spesso priva di quelle modulazioni e di quei cambi di prospettiva armonica che hanno reso immortale il canone della canzone d’autore e il festival del bel canto.
Per comprendere lo scarto compositivo, basta accostare i brani proposti in questa edizione a quei “monoliti” sanremesi che hanno fatto della complessità la loro forza motrice:
Matia Bazar – Vacanze Romane (1983): Un miracolo di estetica postmoderna. Il brano non si limita a un giro di accordi; attraversa sezioni armoniche distinte con un gusto quasi cinematografico, alternando algidità sintetica e aperture melodiche che sfidano la gravità tonale.
Mia Martini – Almeno tu nell’universo (1989): Qui la tecnica è al servizio del dramma. La modulazione finale non è un semplice virtuosismo per alzare la tonalità, ma un approdo emotivo necessario che trasforma l’introspezione in un grido universale.
La dinamica dei maestri: nuovi termini di paragone
Giorgia – E poi (1994): Un esempio perfetto di come il soul possa piegare il pop. La struttura non è ciclica; gli accordi si muovono su tensioni (settime e none) che creano una sospensione continua, lontana dalla staticità dei “quattro accordi” moderni.
Domenico Modugno – Nel blu dipinto di blu (1958): Spesso dimentichiamo la sua rivoluzione architettonica. Il passaggio dal verso narrativo al ritornello esplosivo ruppe gli schemi della linearità dell’epoca, introducendo una dinamica di volume e armonia senza precedenti.
Lucio Dalla – 4/3/1943 (1971): Una ballata che gioca su una narrazione evolutiva, dove la progressione d’intensità accompagna lo sviluppo del testo in un crescendo logico e strutturale tipico della grande scuola cantautorale.
C’è poi una linea sottile che unisce idealmente questa edizione a uno dei momenti più alti della storia recente dell’Ariston: il 2001 di Elisa. Con “Luce (tramonti a nord est)“, la cantautrice friulana non si limitò a vincere il Festival di Sanremo: lo riscrisse, piegandolo a una dimensione più intima, più europea, più contemporanea. Quel brano – nato in inglese e poi riforgiato in una lingua italiana capace di vibrare tra carne e metafisica – trasformò l’album “Asile’s World” in un ponte tra mondi sonori, consacrando definitivamente Elisa nel panorama nazionale. La sua vittoria, impreziosita anche dal Premio della Critica Mia Martini, rappresentò uno spartiacque: dimostrò che l’intensità poetica e la ricerca timbrica potevano convivere con l’impatto popolare. In quell’alba del nuovo millennio, “Luce” divenne molto più di una canzone vincitrice: fu la prova che Sanremo poteva ancora sorprendere, elevare, restituire alla parola “canzone” una profondità quasi sacrale.
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In questo quadro, la vittoria di Sal Da Vinci rappresenta un caso studio illuminante. Il suo brano rifugge le sperimentazioni armoniche per rifugiarsi in una struttura essenziale e lineare. Il merito del vincitore risiede nella semplicità consapevole: una melodia immediata, un’interpretazione solida e una chiarezza comunicativa che non ha bisogno di “colpi di teatro” modulari per arrivare al pubblico. La sua vittoria dimostra che l’efficacia non è sempre proporzionale al numero di accordi, ma alla capacità di rendere iconico un impianto tradizionale.
Il vero scarto: Cover e Ospiti come termine di paragone
Se la gara ha confermato la tendenza alla linearità (a tratti piatta), la serata delle cover e i grandi ospiti hanno ripristinato le gerarchie del “saper scrivere”:
- Dinamiche ampie: L’alternanza tra piano e forte che sembrava smarrita nelle produzioni compresse della gara.
- Sviluppi tematici: Canzoni che si evolvono in un crescendo logico anziché limitarsi a ripetere un hook.
Gli ospiti hanno suggellato questa differenza di statura. Tiziano Ferro si è esibito con un medley dei suoi più grandi successi – da “Ti scatterò una foto” a “La differenza tra me e te“, “Lo stadio” e fino a “Perdono” – prima di consegnare al pubblico un’interpretazione carica di storia e senso del tempo, dove memoria e novità dialogano senza compromessi formali.
Eros Ramazzotti si è esibito con il classico “Adesso tu” – perfetto esempio di fraseggio melodico italiano e di costruzione narrativa del ritornello – per poi unirsi in un duetto con Alicia Keys sulla sua “L’aurora“, seguita dall’esecuzione del successo internazionale “Empire State of Mind” reinterpretato con sensibilità dalla cantante statutintense.
Achille Lauro ha offerto una performance intensa di “Perdutamente“, accompagnata da una dedica che ha trasformato il brano in un atto di vulnerabilità autentica: non semplice esibizione, ma confessione scenica che intreccia identità personale e racconto emotivo. La sua presenza scenica non è mero estetismo, ma costruzione narrativa, un dispositivo simbolico che amplifica la canzone trasformandola in performance totale. Lauro dimostra che l’identità – quando è sostenuta da consapevolezza formale – può ancora incidere sulla struttura stessa del brano, piegandola a un’idea e non viceversa.
Diverso, ma altrettanto emblematico, il contributo di Fausto Leali, che nella riproposizione di “Mi manchi” e “Io amo” ha restituito il senso di una vocalità intesa come corpo vivo della canzone. In Leali il vibrato, il graffio, persino l’imperfezione controllata diventano drammaturgia: non semplice esecuzione, ma interpretazione stratificata, capace di dare tridimensionalità a linee melodiche che, in un contesto più standardizzato, rischierebbero di apparire datate. È il paradosso del classico: quando la struttura è solida, il tempo non la erode, la nobilita.
Infine, Andrea Bocelli, superospite della finale, ha offerto due momenti simbolici, tornando alle sue radici sanremesi con “Il mare calmo della sera” – il brano con cui vinse tra le Nuove Proposte nel 1994 — e con lo storico “Con te partirò“, che ha trasformato l’Ariston in uno spazio di pura condivisione vocale e sentimento.
In questo scarto tra gara e ospiti si è dunque consumata una lezione silenziosa ma evidente: la differenza tra una canzone costruita per funzionare e una scritta per durare.
La festa fuori dall’Ariston: stratificazione e inni generazionali
Il 2026 ha consolidato l’idea di un Festival diffuso che vive di contrasti:
Suzuki Stage (Piazza Colombo): La celebrazione dei 60 anni di carriera dei Pooh ha offerto una lezione di pop orchestrale, un ponte necessario tra le generazioni rappresentate da Gaia e Francesco Gabbani.
Costa Toscana: La residency di Max Pezzali ha rappresentato il trionfo della scrittura diretta. Pezzali è il re della linearità che diventa inno, dimostrando che il “pop orizzontale” ha una dignità enorme quando sa intercettare il sentire comune con onestà intellettuale.
Festival di Sanremo 2026: i primi cinque classificati
Vincitore del Festival: Sal Da Vinci – “Per sempre sì”
Secondo posto: Sayf – “Tu mi piaci tanto”
Terzo posto: Ditonellapiaga – “Che fastidio!”
Quarto posto: Arisa – “Magica favola”
Quinto posto: Fedez & Marco Masini – “Male necessario”
Miglior duetto della Serata Cover: Ditonellapiaga & Tony Pitony – “The Lady Is a Tramp”
Vincitore Nuove Proposte Sanremo 2026: Nicolò Filippucci con “Laguna” (superando in finale Angelica Bove)
Premi speciali e riconoscimenti
Premio della Critica “Mia Martini”: Fulminacci con “Stupida sfortuna”
Premio Sala Stampa “Lucio Dalla”: Serena Brancale con “Qui con me”
Premio TIM (votazione social/pubblico): Serena Brancale con “Qui con me”
Premio Sergio Bardotti per il miglior testo: Fedez & Marco Masini con “Male necessario”
Premio Giancarlo Bigazzi per la miglior composizione musicale: Ditonellapiaga con “Che fastidio!”
Sanremo 2026 ci lascia con una riflessione aperta: la musica italiana è diventata più efficiente e rifinita, ma forse meno “avventurosa” nel suo DNA armonico. La sfida per i prossimi anni non è necessariamente tornare alla complessità barocca, ma ritrovare un equilibrio tra la leggibilità moderna richiesta dal mercato e la profondità strutturale che ha reso grande la nostra musica nel mondo.
La gara premia la sintesi, ma la storia della musica continua a preferire chi ha il coraggio di cambiare tonalità.
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