Dal 17 giugno al 5 luglio, il MArTA di Taranto ospita la mostra dedicata ai Ramones e ai cinquant’anni del punk. Ma dietro quelle immagini iconiche c’è la storia di una donna che comprò la sua prima macchina fotografica professionale e, tre mesi dopo, scattò una delle copertine più famose della storia della musica
Immagina di comprare la tua prima macchina fotografica professionale a novembre. A febbraio successivo, senza saperlo ancora, hai già scattato una delle immagini più iconiche della storia della musica. Questa è, in estrema sintesi, la storia di Roberta Bayley. Ma sintetizzarla sarebbe un torto.
Roberta Bayley nasce a Pasadena, California, cresce nella Bay Area di San Francisco, studia per tre anni all’università e poi fa quello che molti sognano e pochissimi fanno davvero: molla tutto. È il 1971, ha vent’anni, e si trasferisce a Londra. Non con un progetto preciso, ma con quella specie di antenna interiore che certi giovani hanno per capire dove sta succedendo qualcosa di importante.
A Londra, nel 1973, finisce a lavorare per Malcolm McLaren e Vivienne Westwood nel loro negozio Let It Rock, su King’s Road. Non è ancora il momento della Sex Pistols, non è ancora il momento di niente, ma l’aria di quel negozio, quella miscela di moda, provocazione e musica, è già una dichiarazione d’intenti sul decennio che sta per arrivare.
Il Bowery, una porta, e una scena che stava nascendo
Nel 1974 Bayley arriva a New York. La città è tecnicamente in pezzi, sull’orlo del fallimento finanziario, pericolosa, grigia, ma in quel degrado stava crescendo qualcosa di elettrico. Conosce Richard Hell, musicista e poeta, una delle figure chiave di quella scena sotterranea. È lui, indirettamente, a portarla al CBGB.
Il CBGB stava sul Bowery, al numero 315. Il nome era un acronimo per Country, Bluegrass, Blues, il proprietario Hilly Kristal lo aveva aperto pensando a tutt’altro genere di musica. Ma quello che ci finì dentro fu Patti Smith, i Talking Heads, i Television, i Blondie, i Ramones. Bayley inizia a lavorarci come doorwoman, su richiesta di Terry Ork, il manager dei Television. Sta alla porta, gestisce gli ingressi, vede tutto.
In quel periodo la fotografia è ancora solo un desiderio. Bayley ci pensa, guarda gli altri fotografare, ma non ha ancora uno strumento suo. Poi, a novembre del 1975, compra la sua prima macchina fotografica professionale. Tre mesi dopo scatta la foto che finirà sulla copertina del primo album dei Ramones.
Il muro scrostato che è diventato storia
Febbraio 1976. Bayley sta lavorando per Punk Magazine, la rivista appena fondata da John Holmstrom e Legs McNeil, non semplice carta stampata, ma il luogo in cui un’intera sottocultura stava definendo la propria estetica e il proprio linguaggio. Deve fotografare i Ramones per il terzo numero.
Inizia in un loft, scatta alcune foto al chiuso. Poi propone alla band di uscire, fare un giro nel quartiere. Si ritrovano vicino all’incrocio tra East Second Street e il Bowery. C’è un muro di mattoni scrostati, un po’ di luce di febbraio, quattro ragazzi con giubbotti di pelle e jeans strappati che non stanno posando per la storia, stanno solo aspettando di vedere cosa succede.
Bayley scatta: quella foto non era stata pensata come copertina di niente. Era materiale per la rivista, un’illustrazione. Ma la Sire Records aveva un problema: aveva ingaggiato e pagato circa 2.000 dollari un fotografo professionista per la copertina del debut album, e il risultato non convinceva i Ramones né il loro manager Danny Fields. Serviva qualcosa d’altro, e in fretta.
Qualcuno si ricordò di quella foto sul muro. Fu scelta. E quella scelta contribuì a definire visivamente il punk per tutti gli anni a venire, non con un set costruito, non con un’illuminazione studiata, ma con un muro che si sgretolava e quattro ragazzi che sembravano non avere assolutamente niente da dimostrare.
Un archivio, un decennio, una fine scelta
Dopo quell’album, Roberta Bayley non si ferma. Diventa la fotografa di riferimento di Punk Magazine, attraversa l’Atlantico per documentare la scena punk britannica che sta esplodendo, lavora con i Blondie per un anno, segue i Sex Pistols nel loro tour americano del 1978, quel tour disastroso e apocalittico che si concluse con la dissoluzione della band a San Francisco, quasi come se il punk americano stesse chiudendo il cerchio.
Il suo archivio, accumulato in pochi anni frenetici, è una mappa visiva di un decennio che non si ripeterà. Fotografie, diari, corrispondenza, appunti: tutto conservato oggi alla Beinecke Rare Book and Manuscript Library dell’Università di Yale, uno dei più importanti archivi di manoscritti rari al mondo. Non è una collezione museale nel senso freddo del termine, è la prova documentale che quella stagione è stata reale, che quei corpi sudati sul palco del CBGB erano corpi veri, che quella New York stava davvero succedendo.
Intorno al 1980, Bayley decide di smettere di fotografare. La motivazione che dà, con una certa ironia, è che sentiva di rischiare di perdere il suo status di dilettante. Una battuta, forse. Ma anche qualcosa di più: la consapevolezza che aveva fotografato quello che voleva fotografare, e che farlo diventare un mestiere avrebbe cambiato qualcosa di essenziale nel rapporto con quelle immagini.
Taranto, cinquant’anni dopo
Dal 17 giugno al 5 luglio 2026, quelle fotografie arrivano al MArTA, il Museo Nazionale Archeologico di Taranto, nell’ambito di Medimex 2026, il festival internazionale promosso dalla Regione Puglia. La mostra si intitola “Roberta Bayley: The Ramones, CBGB’s and New York City” e porta nel sud Italia il documento visivo di una stagione musicale che ha cambiato radicalmente il modo in cui pensiamo alla musica, al corpo, alla ribellione e all’immagine.
C’è qualcosa di bello e un po’ vertiginoso nell’idea che le fotografie di una ragazza californiana arrivata per caso alla porta di un locale newyorkese, con una macchina fotografica nuova di tre mesi in mano, finiscano esposte nelle stesse sale che ospitano i reperti della Magna Grecia. Il punk e la storia antica, nello stesso edificio, nella stessa città sul mare.
I biglietti e gli orari del MArTA sono disponibili sul sito ufficiale del museo (qui).



