Pensionati a rischio Covid-19, prendete nota delle parole del quasi settantanovenne Charlie Watts. È suo il commento più diplomatico all’uscita di “Living In A Ghost Town“, nuovo singolo della formazione di cui è batterista da 58 anni: “Penso che questa canzone rispecchi l’umore del momento, spero che le persone che l’ascoltano siano d’accordo”. Non ci si può continuare a vendere come la più grande rock ‘n roll band del mondo se non si colgono occasioni come questa

L’ultimo parto dei Rolling Stones, perfezionato in piena pandemia, è corredato da un video che descrive gli effetti del lockdown, in superficie e nel sottosuolo, a Londra, Kyoto, San Francisco, Città del Messico, Los Angeles e New Orleans. La produzione di Don Was aggiorna, dicono, una traccia già claustrofobica di suo ma abbozzata l’anno scorso (tempi non sospetti, se dietro non ci fosse la mano equivoca di chi esprimeva “Sympathy for the Devil”), col testo originale appena ritoccato da adattarsi spaventevolmente al tempo presente. Gli appassionati vi troveranno analogie con un’altra “Ghost Town”, il brano anti-Thatcher degli Specials targato 1981 (qui).
Siamo ancora dalle parti del blues, il che non sorprende: è la specialità che ha portato gli inglesi con la linguaccia al punto in cui sono arrivati, la stessa che fa ancora accigliare Paul McCartney, altro dorato idolo dei baby boomers, che nella recente intervista a Howard Stern ha accusato quella affinità culturale di essere un loro limite nei confronti dei Beatles: “affondano le radici nel blues e quindi quando scrivono delle cose hanno a che fare con il blues, noi invece avevamo un po’ più di influenze…”.

Gli Stones seguono di pochissimo la pubblicazione di “Murder Most Foul” da parte del celebre cantautore che aprì i loro due set a Coachella, nel 2016. il pezzo, enigmatico il giusto, nella migliore tradizione di Bob Dylan, è ispirato, o per meglio dire occasionato, dalla memoria di JFK attraverso incubi shakespeariani: ci bazzica Lady Macbeth, e il titolo rimanda all’Amleto. Il testo torrenziale, che rappresenta una sorta di nuova “Desolation Row” e a quasi 17 minuti stabilisce il suo nuovo record di durata, affianca immagini e sensazioni sull’assassinio del presidente Kennedy a un corso accelerato sul pop del Novecento, per larga parte plasmato da blues, jazz e soul prima di essere legittimato dalla British Invasion, dalla controcultura di massa e da Woodstock.

Dylan ne fa parte e la conosce bene, anche per averla riproposta via etere negli anni (2006-2009) in cui era dj per Theme Time Radio Hour all’americana XM Satellite Radio; parecchi dei nomi e dei brani citati li ha trasmessi lui stesso. Della canzone sono poco chiari genesi e tempi di stesura, anche se Zimmerman, d’abitudine reticente quando non si tratta di cantare, avvisa gentilmente che “è una canzone inedita che abbiamo registrato un po’ di tempo fa”. Indagando, spunta un indizio; a sommesso parere di chi scrive, il macabro passaggio in terza strofa, che allude alla misteriosa mutilazione, avvenuta ai tempi dell’autopsia di Kennedy, che ne asportò il cervello di cui sono ancora alla ricerca dopo cinquant’anni, direbbe che la messa a punto risale al 2013, cinquantenario dell’attentato di Dallas. Da allora la registrazione è stata conservata in camera mortuaria, in attesa di tempi più adatti. Che purtroppo sono arrivati.

Infine, proprio mentre tutti si interrogano sul tempismo di “Murder Most Foul“, il 16 aprile ecco il successivo e quasi altrettanto spiazzante e ambizioso “I Contain Multitudes”, segno che forse un nuovo long playing è all’orizzonte. Ancora una ballad, che per Dylan non sono versi cantati ma appena più che recitati, come un beffardo, sommesso rosario. Il premio Nobel si conferma fertile autodidatta, allargando le citazioni letterarie da Walt Whitman (che nel “Canto di me stesso”, incluso nelle epiche “Foglie d’erba”, viene a sua difesa da chi lo accusa di incoerenza e gli suggerisce il titolo: “Sono uomo di contraddizioni / uomo di molti sentimenti / contengo moltitudini”) a William Blake, da Eraclito a Edgar Allan Poe, e ancora numerosi riferimenti alla musica pop, alla cronaca e alla storia; ce n’è per David Bowie e per Indiana Jones, per i viali del crimine della cinematografia noir e per Anna Frank. E, nel caso ce ne fossimo scordati, pure per i “British bad boys, the Rolling Stones”.

Sull'autore

Edoardo Fassio aka Catfish

Edoardo Fassio è un’autorità assoluta nel territorio del blues e del canto popolare afroamericano. Scrive di blues, folk e jazz per il quotidiano “La Stampa” e per “TorinoSette”; suoi articoli, recensioni e interviste appaiono sulle riviste italiane “Musica Jazz”, “Il Blues” e su un numero imprecisato di pubblicazioni europee.
Con il classico pseudonimo di Catfish è autore, conduttore e animatore di trasmissioni in via continuativa dal 1984, la più duratura programmazione radio di blues in Europa.
Presso gli Editori Laterza ha pubblicato “Blues”, acclamato come “indispensabile” (“World Music Magazine”), “autorevole e insolito” (“Amadeus”), “scintillante” (“Buscadero”), “la medicina giusta” (“Rumore”).
Nel 2017 per Vololibero sono usciti “Soul City: Porretta Terme, il festival e la musica” storia di trent’anni del Porretta Soul Festival, vincitore del premio Keeping The Blues Alive 2017, e “Solomon Burke. Ho visto un re”.
Il suo ultimo libro, “È tutto finito adesso, Baby Blue”, dato alle stampe nel 2020 da 96, Rue de-La-Fontaine Edizioni, è una Soul Fiction.

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