Anticonformismo, desiderio di rivalsa, affermazione di sé, sono solo alcune delle tematiche raccontate con un linguaggio duro e sfrontato in questo album dai forti contenuti rock, che non si ascoltavano da tempo nel panorama musicale italiano

Consci del fatto che prima di giudicare bisogna vedere o nel caso di un album musicale, ascoltare, proprio dall’ascolto delle tracce di “Teatro d’Ira – Vol. I”, possiamo ben giudicare questo lavoro dei Måneskin. Allora, partiamo dal presupposto che i Måneskin appartengono a quella categoria di artisti che riescono a dividere l’opinione pubblica, come pochi altri sanno fare. E la spaccatura per gruppi come loro è totale: o li si ama, o li si odia. Non c’è una via di mezzo. Quindi proviamo a crearla noi questa via di mezzo.

Dunque, chi scrive non ama particolarmente i Måneskin, e non ha apprezzato in maniera specifica il loro primo lavoro, “Il Ballo della Vita”, soprattutto non ne può più di sentire parlare di Marlena. Di per sé questo sarebbe sufficiente a far si che questo sia un pezzo di totale stroncatura del nuovo lavoro della band romana, fresca vincitrice del Festival di Sanremo. Invece no. Sgombrato il campo da ogni pregiudizio, dal primo ascolto delle tracce di “Teatro d’Ira – Vol. I”, possiamo già dire alcune cose interessanti su questo album. Innanzitutto, il livello dei brani, decisamente salito per qualità ed intensità.
È un disco a due facce, la prima un po’ più pop rock, che strizza l’occhio al mercato discografico con pezzi come “Coraline”, “I Wanna Be Your Slave” o la già conosciuta “Vent’anni”, uscita come singolo già prima del Festival di Sanremo, che potremmo definire più ad ampio respiro, più radiofonici. la seconda, molto più ardita, dura, dannatamente rock. Di quel rock che la musica italiana cercava da molto tempo. Parliamo di due tracce in particolare “Lividi Sui Gomiti” e “In Nome del Padre”. In questi due brani si possono ascoltare influenze di gruppi come Rage Against The Machine, Verdena, Litfiba dell’epoca d’oro, vale a dire “tetralogia degli elementi” (nello specifico album come “El Diablo” o “Terremoto”).
Parliamo in questo caso davvero di puro hard rock. Qualcosa di “sporco”, ruvido, incandescente, come non lo si ascoltava da molto tempo nel panorama musicale italiano, soprattutto in un ambito così mainstream. Damiano David, il giovane cantante del gruppo romano, sfrutta la sua voce in una maniera molto arguta in questi brani. Ascoltare per credere. Il suono della chitarra di Thomas Raggi si fa più distorto, molto più evidente la batteria di Ethan Torchio, rispetto al passato.

Otto tracce coraggiose, per un disco che non si può definire commerciale. E bisogna riconoscere la scelta coraggiosa di questi quattro giovanissimi ragazzi: fare un album di musica come piace a loro, senza cercare i facili gusti del mercato discografico e delle radio.
La prima traccia, con la quale “Teatro d’Ira – Vol. I” si apre, è la canzone vincitrice del Festival di Sanremo “Zitti e Buoni”, che in un precedente articolo su questo sito abbiamo definito “rock scolastico”, un brano che gira su pochi accordi ben messi in sequenza, senza pretendere nulla. Diverso il discorso per gli altri brani di questo album, molto migliori, più ricercati, più spinti, anche nel linguaggio dei testi. Si sperimentano nuovi orizzonti musicali, riff di chitarra o del basso di Victoria De Angelis, quasi mai tentati in passato nella musica italiana.

Teatro d’Ira – Vol.I”, è il primo volume di un progetto più ampio dei Måneskin. Un percorso ambizioso e in continuo divenire. È la quintessenza dell’“Ira”, la rabbia in testa e nel corpo. Lo sfogo (forse di molte frustrazioni dovute a questo periodo così difficile?), la ribellione, la rottura di ogni preconcetto. Ripetiamo: ascoltare per credere. Perché si può anche non apprezzare appieno una band, ma mai si può dire di male di un lavoro senza averlo prima ascoltato. Di questo album e dei Måneskin in generale, va apprezzato il coraggio avuto per questo disco che rappresenta un salto nel vuoto.

Il pubblico italiano, purtroppo in questi anni di appiattimento musicale, si è dimostrato sempre più attratto dall’”usato sicuro”, sonorità nate già vecchie, temi banali, ripetitivi e scadenti, accordi semplici, linguaggio melenso più adatto a una serie tv che al testo di una canzone. Come reagirà a questo tsumani rock, proposto in questo album dai Måneskin? Solo il tempo, ce lo dirà.

È sicuramente un album insolito. Intendiamoci non stiamo a parlare di “Appetite for Destruction” dei Guns N’ Roses, “Led Zeppelin VI” o “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”, dei Beatles. Qui nessuno vuole dire che si tratti di un disco rivoluzionario, anche perché le rivoluzioni nella musica sono state fatte più di mezzo secolo fa Oltremanica, nei fumosi club londinesi o dall’altra parte dell’Oceano Atlantico tra Los Angeles, Memphis e Seattle. E sono rivoluzioni irripetibili. E forse “Teatro d’Ira – Vol. I“, non è neanche rivoluzionario per la stessa musica italiana, che ha vissuto il progressive ai massimi livelli negli anni ’70 con gruppi come PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Museo Rosenbach o Pierrot Lunaire e che negli anni successivi ha visto sorgere gruppi come Litfiba, Diaframma, CCCP/CSI, Bluvertigo. Ma vivaddio è una boccata d’ossigeno, un disco a respiro internazionale, non imbrigliato in schemi musicali tanto vecchi da apparire ormai anacronistici, una reazione alla dimensione statica nella quale è piombata la musica italiana da trent’anni a questa parte. E già questo ci basta per farcelo piacere.

L’album “Teatro d’Ira – Vol. I” dei Måneskin, è disponibile dal 19 marzo su Amazon (qui), in streaming su Amazon Music Unlimited (sottoscrivendo un abbonamento qui) e Apple Music (qui).

Sull'autore

Daniele Crescenzi

Ideatore e creatore del progetto Roma Suona Bene. Giornalista pubblicista iscritto dal 2005. Appassionato di Musica e Fotografia. Scrive su Roma Suona Bene, Zeta Emme - Zona Musica e Agenzia Eventi

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