I Greta Van Fleet, vincitori di un Grammy Award nel 2019 per il miglior album rock con “From The Fires”, tornano con un nuovo disco intitolato “The Battle at Garden’s Gate”

I Greta Van Fleet hanno diviso il popolo del rock in tre categorie: quelli che li venerano, quelli che li criticavano all’inizio, salvo poi ricredersi, ed infine quelli che li odiavano prima e li odiano tuttora, un po’ come da noi sta succedendo con i Måneskin.

Valeva la pena attendere il loro secondo album, annunciato lo scorso dicembre ed anticipato da quattro singoli, l’ultimo dei quali “Broken Bells”, per farsi un’ulteriore idea su questa giovane band, senza continuare, come si è fatto finora a paragonarli con i Led Zeppelin, principale fonte di ispirazione della loro musica, ma anche motivo di troppe e ingiuste critiche a loro rivolte. Si direbbe che dopo più di un decennio “sommersi da immondizie musicali”, come canta il buon Franco Battiato, non si riesca più ad essere obiettivi verso chi fa musica oggi, indipendentemente dal genere o da quello che propone, scadendo nella faziosità.

Le critiche a loro rivolte da tanti puristi del rock, boomers, critici musicali più interessati ad esternare il loro ego smisurato e la loro autoreferenzialità, che a scrivere recensioni oneste ed obiettive, oltre ad apparire ingiuste, sono errate alla base. Non si può pretendere che le giovani band possano essere del tutto originali, visto che nella musica rock è stato tutto già ampiamente scritto in quel favoloso mondo che apparteneva agli anni ’70. Tutto quel che è venuto dopo è sempre stato sotto attacco. Negli anni ’90 qualcuno disse che i Nirvana non avevano inventato nulla di nuovo, poiché il grunge già esisteva e si rifaceva a sua volta al proto-punk di Jimi Hendrix, Iggy Pop and The Stooges ed altri, salvo tempo dopo considerarli geniali. Gli Oasis sono sempre stati considerati la brutta copia dei Beatles, e tutti gli altri gruppi brit-pop esplosi in quel periodo dai Blur ai Kula Shaker definiti fotocopie della fotocopia dei Fab Four.

Quindi nulla di nuovo sotto il sole. “La gente ti perdona tutto, tranne il successo“, diceva Enzo Ferrari, e questo vale anche per la musica. Se sei giovane poi e lo raggiungi in maniera rapida e plateale, può essere anche peggio. Detto questo, parliamo di “The Battle at Garden’s Gate“, una coraggiosa evoluzione dal disco di debutto del 2018 “Anthem Of The Peaceful Army” di Josh, Jake e Samuel Kiszka e Daniel Wagner ovvero i Greta Van Fleet.
L’album si compone di dodici tracce, quattro delle quali già note per essere uscite in questi mesi: “My Way, Soon”, “Age of Machine”, “Heat Above” e la già citata “Broken Bells”. Ancora non molto per avere un quadro definitivo del nuovo lavoro.

In più c’è una dichiarazione fatta a mezzo ufficio stampa dalla band: “Durante la creazione di questo album, c’è stata una auto-evoluzione, grazie alle esperienze che abbiamo vissuto. Sicuramente dopo questo disco, siamo cresciuti in tanti modi; ci ha insegnato molto, sulla vita in generale, su noi stessi e sul mondo in cui viviamo. L’album riflette molto sul mondo che abbiamo visto e penso che rifletta anche tante verità personali”.

Dai primi brani ascoltati e da questa dichiarazione c’è da aspettarsi un album più intimista, introspettivo, decisamente più maturo. Il sound ricalca ancora quello stile: rock ballad molto incisive, lunghe parti strumentali, intro di grande effetto e un mix di suono duro e psichedelico, che sembra voler strizzare l’occhio a gruppi come Wolfmother o perché no Black Sabbath, che a quei Led Zeppelin ai quali sono stati sempre accostati. Sicuramente, c’è da aspettarsi molto da questo secondo disco, i Greta Van Fleet hanno dimostrato di saper stupire, “Age of Machine” rappresenta un piccolo capolavoro di estetica, un grande omaggio al progressive, ma con dentro tanto di personale. “Heat Above” si presenta con un intro di organo Hammond, come non lo si sentiva da tempo, tanto da far quasi commuovere chi ha nostalgia di certi suoni, per poi sfociare verso una sorta di classico bluegrass, ma nel quale non manca una certa contaminazione art rock alla Gentle Giants, The Moody Blues o Kate Bush, che lo rende un brano di notevole effetto, oltre che estremamente raffinato. “My Way, Soon” ricalca un po’ lo stile del primo album, un rock molto ritmato e orecchiabile, piacevole da ascoltare, ma comunque semplice nella struttura. Mentre “Broken Bells”, è un lento che termina in crescendo, qualcuno potrebbe rimproveragli alcuni passaggi che sembrano voler rincorrere “Wasting Love” degli Iron Maiden o quel crescendo musicale sul finire che sembra voler assomigliare troppo ad una “Stairway To Heaven” qualunque. Ma questo solo se li si vuole banalizzare per forza, restando fermamente convinti che anche se alla fine sono bravi per davvero, non lo debbano essere.

I Greta Van Fleet, hanno stoffa da vendere e sono pronti a dimostrarlo attraverso questo nuovo lavoro. L’album “The Battle at Garden’s Gate” dei Greta Van Fleet, è disponibile su Amazon (qui), in streaming su Amazon Music Unlimited (sottoscrivendo un abbonamento qui) e Apple Music (qui).

Sull'autore

Daniele Crescenzi

Ideatore e creatore del progetto Roma Suona Bene. Giornalista pubblicista iscritto dal 2005. Appassionato di Musica e Fotografia. Scrive su Roma Suona Bene, Zeta Emme - Zona Musica e Agenzia Eventi

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.