Nella consueta alternanza di novità e di rientri sul formidabile palco del Rufus Thomas Park, si è svolto dal 23 al 26 luglio 2026 il Porretta Soul Festival. Graziano Uliani, che la allestisce dal 1988, nonostante qualche accomodamento di facciata, non si sogna di cedere sul contenuto della rassegna (non ditegli format, se non volete farlo innervosire). Orgoglioso dalla lunga e avventurosa storia della sua creatura, è particolarmente soddisfatto della band prescelta come ossatura delle varie serate, la Memphis Music Hall of Fame Band, guidata dal tastierista Kurt Clayton e arricchita a sorpresa dalla chitarra di Tony Gentry, storico membro dei Bar-Kays. In pianta stabile dal 2024, quando rilevò la Anthony Paule Soul Orchestra che aveva tenuto banco per sette edizioni, è un modello di flessibilità, che veste bene sia il tradizionale che il moderno.
È stato il caso di due magnifici esordienti, che hanno riservato al pubblico di Porretta il trattamento caro ai frequentatori dei juke joint contemporanei. Lo stravagante Bigg Robb, capopopolo dell’entertainment “black” di Cincinnati, ha fatto faville nel repertorio di Rufus Thomas, il padrino morale del festival, che qui si esibì sei volte, l’ultima nel 1997. Subito si è fatto riconoscere con la tipica parola d’ordine del chitlin’ circuit: “Y’all ready to party? E non raccontatemi balle perché sono grasso e bello, siete pronti per la festa?” per poi attaccare “Evidence”, una delle sue hit underground. Karen Wolfe, seducente madama del Deep South, ha dal canto suo rivitalizzato con passione “Trapped by a Thing Called Love”, la signature-song di Denise LaSalle, per poi allargarsi a classici come “My Toot-Toot” e “Give Me Yo’ Most Strongest Whiskey”. Denise era stata sua ispiratrice e per un certo tempo parente acquisita, avendo Karen sposato in prime nozze il fratello del di lei marito, James E. Wolfe Jr.
Clayton, va detto, è abituato lavorare sul sicuro. Mentre Uliani privilegia i pezzi “deep” dei Sessanta, l’altro vorrebbe brani più commerciali. Eloquente la proiezione in primo piano delle tre coriste, Shunta Mosby, Dani McGhee e Candy Fox; ora rinate come trio vocale con il nome collettivo di The Jewels, sorridono ai visitatori da manifesti e locandine ufficiali. Il patron racconta di aver dovuto insistere affinché eseguissero “Can’t Give Up”, un raro tributo ai Green Brothers, che nel 2010 realizzarono a Porretta il loro primo e ultimo concerto dai tempi della Stax Records. La canzone è stata inserita l’ultima sera, quella che da tradizione ripresenta la maggior parte degli artisti già ascoltati, ma soltanto “dopo aver chiesto a Bobby Manuel di mandare alla band le partiture originali”.
Oltre all’interessante memphisiana Dot.Moore, un esempio di corista che prova a emanciparsi al ruolo di sciantosa r&b per suo conto, c’erano altri personaggi di grande spicco in prima assoluta. Tad Robinson, armonicista e blue-eyed soul man da Bloomington, Indiana, non ha deluso con i suoi blues sontuosi, intrisi di dramma, spesso autografi, estratti da una serie di incisioni effettuate per la Delmark e la Severn Records. Con lui c’erano gli Özdemirs, ovvero i fratelli Kenan e Levent Özdemir alla chitarra e alla batteria, Alberto Marsico all’organo, Diego Borotti al sax tenore e Christian Altehülshorst alla tromba. La formazione italo-tedesca era apparsa giovedì 23, in prima serata, in sostituzione delle incantevoli studentesse di soul music australiane Sweethearts: già regolarmente invitate, hanno dovuto rimandare di un anno la loro venuta per l’incertezza degli spostamenti aerei internazionali, legati alla situazione dello scalo di Dubai. Per quanto secondaria, un’altra conseguenza nefasta delle guerre in Medio Oriente.
E poi la splendida diva del blues contemporaneo, decretata ufficialmente “Donna dell’anno” ai Blues Awards 2026, Thornetta Davis: in perfetta compagnia della ZBlues Band diretta da Fabio Ziveri, montava saldamente in sella a feroci cavalli di battaglia come “That Don’t Appease Me”, “Wild Women Never Get the Blues” e persino “Rhythm of the Blues”, un dimenticato spezzacuori del 1990.
Trionfale l’arrivo dell’ottantunenne Lenny Williams: californiano di Oakland, fu il frontman dei Tower of Power nei primi Settanta, il loro periodo d’oro, per poi mettersi in proprio come soul crooner solista, dalla tecnica vocale impeccabile e dall’irresistibile groove. Williams non ha esagerati rimpianti per quegli anni, ma riconosce che furono una spinta eccezionale per la futura carriera artistica, all’insegna dell’eleganza. E di una ipnotica versatilità, esibita pescando da un borderò che riassumeva un po’ di tutto, da “Last Two Dollars” a “Papa Was a Rolling Stone”, da “When the Saints Go Marching In” alla sua “Choosing You”.
Il più atteso tra le nuove proposte, Eric Gales, asso del manico “all’inverso”, è un mancino che suona alla rovescia una chitarra per destrorsi. Sebbene reduce da un brutto incidente d’auto, il prodigioso strumentista, tra funk, fusion, rock e blues affilatissimo, ha dato un saggio della sua arte, in parte omaggio al fratello maggiore Manuel Gales alias Little Jimmy King, scomparso nel 2002, che due anni prima si era esibito a Porretta, in parte invito alla solidarietà sociale a fronte di un futuro incerto (“Too Close To The Fire”), in parte fiera, sporca e incontenibile improvvisazione (“Crown”).
Molti, a loro volta, si erano già mossi con onore sulle scene della saga appenninica, come l’amatissimo Curtis Salgado, l’uomo che insegnò a John Belushi come diventare un Blues Brother, a seguito dei Blues Awards 2026 detentore del titolo di “Maschio dell’anno” nella categoria dei cantanti soul blues; in compagnia del suo potente gruppo francese, i Soul Shots, e dell’irlandese Eamonn Flynn alle tastiere (altro acclamato comeback), ha animato il giovedì con pezzi come “Drivin’ In The Drivin’ Rain” e l’O.V. Wright di “Nobody but You” e “Born All Over”.
La stessa sera è riapparso un altro importante emigrato part-time, Mitch Woods, con il suo divertente piano boogie, il soul indigeno di supporto della Bononia Sound Machine e i ballerini jive sul palco. Alla cantautrice memphisiana Sandy Carroll, apparsa fuori programma all’edizione 2025, è stato invece concesso un set completo.
In chiave blues da birreria, insieme a un suo gruppo, The Carpenter Ants, è avvenuto il ritorno di John Ellison, che non riesce ancora a credere di aver creato un successo planetario ai tempi dei Soul Brothers Six con “Some Kind of Wonderful”: “Sapete, questa l’avevo scritta io, mica i Grand Funk Railroad”!
Se la riuscita della manifestazione è merito un po’ di tutti (e non tanto della forza dell’abitudine: era la trentottesima volta, ma qui non si viaggia in automatico, un inciampo può sempre avvenire), guai a non ricordare la brillante conduzione del veterano Rick Hutton, elastico ma preciso maestro di cerimonie e all’occasione vocalist di pregio, con “Feelin’ Alright” (attribuita correttamente al suo autore e interprete originario, Dave Mason) e “Kiss”. Curiosamente, proprio a Prince è toccato il ruolo di convitato di pietra, anche grazie ai trionfali rovesci di “Purple Rain” intonati da Eric Gales domenica sera, quasi in zona recupero.
Eccellente, secondo copione, il rapporto tra la qualità e la quantità della musica proposta, trasmessa in streaming da LepidaTV e disponibile integralmente su YouTube: diciotto ore in quattro serate, con la puntuta dettatura dei tempi dello stage manager Mauro Palmieri. Ben due le premiazioni per meriti “dietro le quinte”: il Sweet Soul Music Award per l’anno 2026 è stato conferito a Jerry Phillips, che dirige i Phillips Recording Studios al 639 di Madison Avenue, a Memphis. Figlio del leggendario Sam Phillips, “l’uomo che inventò il rock ‘n’ roll”, Jerry è lui stesso un rocker mica male, e lo ha dimostrato, chitarra e voce, con un pezzo alla Lonnie Mack. Lo speciale Sweet Soul Music Legacy Award è andato invece a Albhy Galuten, produttore, arrangiatore e innovatore che ha segnato la storia della musica soul, pop, funk e disco lavorando con Barbra Streisand, Diana Ross, Bee Gees, Eric Clapton, Kenny Rogers e Dolly Parton.
Galleria fotografica a cura di Mariano Trissati e Tonino Novelli



















































































